giovedì 27 settembre 2012

LE FALENE


Mi rigiro nel letto. Le falene mi volteggiano rapide attorno. Le sento annusarmi, le sento che mi scrutano. Mi odiano forse, perché ho accidentalmente ucciso una loro compagna, vatti a ricordare quando. Sono avvoltoi, ma non so di cosa vogliano cibarsi. Non della mia carne, credo, visto che è biologicamente impossibile. Forse si cibano del mio sonno perduto. E io non le voglio ammazzare, perché non mi va di alzarmi dal letto, che so già di fottermi tutto il sonno non appena lo farò.

Cazzo, domani devo andare a lavorare e mi devo svegliare presto. Battono le ali vicino alle mie orecchie, sembrano acquazzoni improvvisi che vanno e vengono; sbattono contro il lampadario spento, girano attorno alla lampadina ancora calda, che è stata spenta solo poco fa.
Alla fine mi alzo, che tanto sono così irritato che non riuscirei comunque ad addormentarmi ed accendo la luce.
I loro voli in circolo, ordinati e minacciosi si sfaldano. Volano disorientate, sbattendo casualmente contro i muri o contro la lampadina che penzola dal soffitto dentro il lampadario di metallo opaco. Trovano di nuovo i muri, ci si piazzano sopra e restano immobili, frastornate, mummificate.
Spengo e mi rimetto a dormire, o a tentare di farlo.
Devono aver capito che il sonno mi stava cogliendo, perché ricominciarono a girarmi attorno. Stavolta non voglio alzarmi, che si fottano le falene. Mi passano di nuovo vicino all'orecchio, ma tento di non sentirle. Comincio a fare respiri profondi, tenendo gli occhi chiusi, anche se non è facile con un raffreddore che è sì in fase terminale, ma ancora rompe i coglioni, lasciandoti il naso secco, ostruito da mille caccole filacciose.
Riapro gli occhi e vedo il pipistrello entrare. Le cerca tutte, dalla prima all'ultima. Ne scova una, due. Le altre si appiattiscono sulle pareti cercando di sfuggirgli. Io non mi alzo dal letto, stavolta per un misto di schifo e paura: un topo volante era entrato nella mia camera, attirato dalla grande abbondanza di cibo.
Non sono proprio topi, sono chirotteri. Cosi si chiama la loro classe di mammiferi. Esistono quasi mille specie di pipistrelli, diverse in via d'estinzione, perché a qualcuno piace mangiarseli. La mia gatta, invece, li solo uccide. E me li porta come regalino, per farmi vedere quanto è brava. Oh, cazzo, ecco. Desidererei che la mia gatta sia qui, ora: riuscirebbe sicuramente ad uccidere sia il pipistrello, sia le falene. Anzi, conoscendola, credo che prima lascerebbe al pipistrello il compito di rimpinzarsi con le falene, poi lei pensa a catturare il topo volante, tutto bello stordito per il cibo appena consumato.
Il problema è che ora lei sta dormendo sul divano di casa. Non gliene può fregare di meno. Dorme, e non vuole a rinunciare al suo sonno per niente al mondo.
Intanto, il pipistrello si diverte un mondo a scorrazzare in camera mia. Ha ucciso un'altra falena, ne sono sicuro. È una macchina per uccidere. Io al massimo sono capace ad ammazzare due o tre zanzare al giorno, pure quattro se sto abbastanza concentrato. Lui c'ha il radar, invia il segnale, le prede lo riflettono, lui le trova e le addenta senza problemi.
Il pipistrello si posa sul mio comodino, in posizione quadrupede, come i vampiri. Solo con le ali. Mi sussurra, per farmi sentire i silenziosi lamenti di quelle falene mangiate vive. Frulli d'ali che battono negli ultimi spasmi di un'agonia così rapida, mai goduta dalla vittima, ma assaporata a fondo dal carnefice. Gli spasmi mortali, prima di essere maciullate da piccoli denti appuntiti.
Mi fa schifo toccarlo, mi fa schifo anche solo vederlo. Sta sul comodino, ritto sulle zampe, con un'indecifrabile ed indefinibile espressione stampata in faccia. Non posso vederla bene a causa del buio, ma emette quei sussurri. Mi giro di fianco, stringendo il viso in una smorfia di disgusto. Lui resta lì e continua a sussurrare.
E di nuovo, le falene tornano a volteggiare sulla mia testa.
Sono fredde, spettrali, mi ghiacciano il collo quando me lo sfiorano, i loro frulli d'ali sono piccole tempeste artiche. Volano seguendo il ritmo dei sussurri del pipistrello, come un direttore di una coreografia spiritica. Vengano altre falene a contemplare lo spettacolo delle loro compagne morte, vengano a vedere qui i loro respiri morti, a disturbare il sonno di chi odia.
Ed io odio. Le sento, fredde, svolazzare beffarde e vendicative vicino alle mie orecchie, le loro aure gelide toccarmi i lobi. Le sento, le altre falene, girare in tondo su un anfiteatro d'aria, dove il divertimento è contemplare l'accanirsi su una carcassa impotente, imbelle, codarda, che non vuole schiacciarle perché crede di non trarne giovamento. Crede che sia inutile, che non le prenderà mai, che non sono come quelle puttane delle zanzare che cercano il pezzo di pelle più glabro per prenderti il sangue e lasciarti bozzi come ricordini del passaggio. Le falene non succhiano sangue.
Poi sento la sveglia suonare.
Non c'è più buio, solo il grigio della mattina. Mattina nuvolosa, senza sole, coperta. E che puzza di morto.
Sì, sento puzza di cadavere. Un cadavere che per poco, alzandomi, non schiaccio con i piedi nudi.
Il pipistrello è lì per terra. Morto, sventrato e con le ali strappate.
La mia gatta è lì vicino, e mi guarda con la testa inclinata, e gli occhi di chi vuole sentirsi dire: “Guarda, sono stata brava?”

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