lunedì 31 gennaio 2011

COMPITI A CASA

Me ne stavo tranquillamente al computer, giocando a Diablo II e sbattendomene del mondo e delle persone che di là si stavano guardando non so che cosa di simil-fantasy (la Storia Infinita, tutta la saga... o almeno, credo), quando arriva mia cugina che chiede soccorso per i suoi compiti di scuola. A parte, non so come minchia abbia fatto ad imboscarsi il quaderno da casa senza che nessuno se ne accorgesse, ma comunque decido di ottemperare alla causa del cugino-eroico-più-grande-a-cavallo-di-un-tyrannosaurus-rex e di darle una mano.

Compiti di italiano. La mia reazione non si fa attendere:


Dopo qualche secondo di riluttanza, mi faccio dire qual è l'esercizio da svolgere.

"UTILIZZANDO I VERBI AL PRESENTE DELL'ESERCIZIO PRECEDENTE, DESCRIVETE LA GIORNATA DI UN BAMBINO"

(O almeno assomigliava ad una cosa simile).

La mia mente torna alle elementari ed al giorno che tutti noi alunni temevamo: il lunedì mattina.
Perché in quel giorno, la sentenza di quello che si sarebbe toccato come compito in classe di italiano era scritta sulla pietra.

"LA CRONACA DI IERI"

Ora, questo compitino era in assoluto il più odiato da tutti noi. Piuttosto preferivo fottermi i tendini della mano riempiendo pagine con verbi da coniugare(1). E vi assicuro, a modo suo era divertente. La ragione di ciò era molto semplice: viviamo (uso volutamente il presente) tutti in un paesino di 10.000 e rotte anime, dove il sabato e la domenica non è che puoi inventarti qualcosa di diverso dalle stesse cose di sempre. Specialmente per noi bambini, che di certo non avevamo macchine per spostarci, ma in compenso avevamo mille pastoie e divieti da rispettare (in gran parte sacrosanti, per carità). Per cui, in genere tutto si riduceva ad un CTRL-C/CTRL-V delle giornate precedenti. Poi, per fare qualcosa di diverso, i miei ogni tanto se ne uscivano con qualche genialata dell'ultimo minuto tipo portare me e mia sorella a saltare sui tappetini elastici del parco giochi (mi divertivo un casino, lo ammetto) e allora ci scappava pure l'"ottimo" sul quaderno.
Credo che la mia maestra iniziò a rendersi conto di quanto fosse sgradito quel compito il malaugurato (per lei) giorno in cui ci diede la possibilità di scegliere tra tre diverse tracce. La cronaca, ovviamente, non venne cagata manco di striscio da nessuno dei 22 alunni presenti. E così per tutte le volte successive che ha proposto il multitraccia, tranne per qualcuno che aveva qualcosa di veramente interessante da raccontare. Almeno secondo il suo punto di vista.

Ok, finita la digressione.

Leggo il testo dell'esercizio. Poi leggo i verbi da inserirci necessariamente:

cammina, impara, sale, scende, mangia, beve, legge, parla, chiama, gioca, corre, salta, canta, ride, osserva, descrive, racconta, prega, disegna, dipinge, scrive.

In quel momento, un Nachtmahr nitrisce sopra la mia testa, uscendo dalle ombre della mia camera, sussurrandomi queste parole:

E MO'???

A causa di tutte le letture complicate a cui ormai sono abituato, ho decisamente disimparato a scrivere in maniera bambinesca. Non che la scrittura complessa sia effettivamente il mio forte anche adesso, ma ciò mi ha un tantinello spaventato.

Peggio ancora, sapere di dover usare tutti quei verbi per descrivere una giornata da bambini. Ovviamente, con un linguaggio più semplice possibile.

Comunque, l'intrepida bimba si spreme le meningi assieme a me e qualcosa, alla fine, la si riesce a buttare giù. Il risultato dei nostri sforzi è questo:

"La mattina, il bambino va a scuola ed impara cose nuove, che poi ricorda. Poi cammina a casa, sale le scale e mangia il suo pranzo. Quando fa i compiti poi, legge il libro di scuola e scrive sul quaderno. Appena ha finito, chiama i suoi amici, scende da casa, parla e gioca con loro, corre sul prato e salta con la corda. Oppure canta con loro delle canzoni. Poi, quando è stanco ed ha finito, beve tanta acqua.
Guarda il cielo ed osserva il paesaggio, che poi disegna e dipinge.
Ama e rispetta i suoi genitori e li ascolta. Poi descrive quello che ha fatto ai suoi genitori e gli racconta i giochi che ha fatto.
Poi, quando è sera tardi, prega davanti al letto, si mette sotto le coperte e dorme."

Sembra uno di quegli esercizi di scrittura creativa con cui Umberto Eco torturava i suoi allievi.

Onestamente, io mi farei delle domande. Sia sulla sanità mentale mia e di mia cugina, sia sul modo di gestire il lavoro che la maestra dà a casa.

Ochei, metto comunque per iscritto come l'avrei fatto io, in versione over-25:

"il bambino scende dal letto e cammina in cucina per farsi un caffè. Gioca con il fornello e l'accendigas ed improvvisamente guarda la manica del suo pigiama prendere fuoco. Chiama sua madre urlando "Mamma mi ama e mi rispetta, mi aiuterà!", pensa. Ma questa non può sentirlo perché sotto la doccia e sul vetro appannato scrive cazzate e disegna il pene del marito; in più, canta a squarciagola pezzi di canzoni di Ligabue. Bussa alla sua porta e prega sua madre di aprirgli, ma questa non ascolta e ride alle moine del figlio che, disperato, osserva ancora la sua manica in fiamme senza realizzare cosa deve fare. Prende la prima cosa liquida che gli capita tra le mani: un barattolo di trementina appartenente al padre, tenta di aprirla ma gli salta dalle mani e, rovesciandosi, dipinge la parete di intonaco bianco del corridoio. Appeso alla parete, trova un manuale di sopravvivenza casalinga, legge con una mano la parte sugli incendi, quindi sale sul lavandino ed apre l'acqua. La manica si spegne, assieme al 50% dell'avambraccio ormai ustionato al terzo grado.
La mamma nel frattempo esce dalla doccia, osserva (inevitabile il riutilizzo) la scena in cucina con il figlio sotto il lavandino, chiedendogli cosa cazzo ci fa la trementina rovesciata per terra. "Parla stronzetto, che hai combinato?" gli chiede, mentre beve un goccio di Lagavullin per digerire la faccenda.
Il bambino descrive e racconta la sua disavventura. Impara così che ci vuole l'acqua per spegnere il fuoco."

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(1) So cosa state pensando. Ma a quei tempi pensavo ancora ai Cavalieri dello Zodiaco. E mi era difficile immaginare la mia compagna di banco con le sue labbra carnose avvolte sul mio pisello.

mercoledì 5 gennaio 2011

IL FAGIANO DA STAZIONE FERROVIARIA

Se vuoi incontrare un rompicoglioni, vai in stazione, ad aspettare un treno.

Mettiti appoggiato su uno dei piloni di sostegno della tettoia sul binario. Binario 3 va benissimo. Mettiti a guardare l'orizzonte coperto dalla ringhiera di ferro con sguardo branzino ed a farti bellamente i cazzi tuoi. Ecco, magari pensa ad una figa. Pensa alla Carfagna mentre te lo succhia. Inginocchiata e con addosso il tailleur d'alta sartoria. Perché è uno di quei casi in cui ti eccita di più se il tuo cumshot gli finisce sulla giacchetta. Pensa intensamente a questo, fino a quando non senti il tuo uccello più duro dell'obelisco di Karnak.

Credevo di essere sul punto di venire senza neanche aver avuto bisogno di frullarmelo come una melanzana da ripieno. In effetti lo schizzetto del pre-cum c'era pure, ma s'è bloccato pure quello.

Basta poco, pochissimo.

Per esempio, uno stronzo qualsiasi che ti chiede a che ora passa il treno.

Penso che per qualcuno, il senso della vista sia uno dono che su di lui la natura ha terribilmente sprecato. Ed io a incazzarmi perché porto gli occhiali per correggere più diottrie di un frequentatore abituale di YouPorn. Altrimenti avrebbe notato almeno UNO dei tabelloni a led con gli orari d'arrivo. O anche almeno DUE di quelli cartacei schiaffati belli belli sui muri. Almeno quando vado in treno io faccio sempre così. Forse sbaglio da tempo. Chi lo sa? La risposta tanto è sempre quella: quarantadue.

Forse li ha notati. E allora, mi chiedo all'istante, il suo unico scopo sarà quello di piallare i peli dello scroto al primo povero cristo incontrato sulla banchina.

Prima comincia con la storia della sua vita. Raccontata a pezzetti, nella speranza che, come la Rai fa con le televisioni tedesche, gli chieda io i pezzi rimanenti facendomeli pagare a caro prezzo. O meglio, la storia del suo presente. Di cui, detto per inciso, non me ne fregava un cazzo prima di incontrarlo e non me ne frega un cazzo ora. Nota il portatile che ho a tracolla. Minchia, ma allora gli occhi ce l'hai! Era difficile notare una borsa nera con un 17" dentro... ed io che ho fatto di tutto affinché si confondesse con il giubbotto, così avrei potuto spacciarlo per un raro tumore al fegato e farmi cedere il posto dagli anziani sul treno.
Mi chiede dove vado. "Svago". È una di quelle giornate in cui rispondo a frasi di non più di 8 parole. "Svago in giro per Roma con il portatile?" "vado a casa di amici" Ovviamente era una palla. "Ah, vai a farti la chiusa di Playstation 3, vero?" Apparte che non sono cazzi tuoi, ma poi su che basi colleghi un portatile con la Playstation 3? Avrà pure buoni occhi, ma le connessioni neuronali sono da revisione forzata. "No, per lavoro". In evidente contraddizione con lo "svago" di poco fa.


Mi fa capire di aver capito la contraddizione. Ma anche che deve levarsi dalle palle. Anche perché ho ancora un film porno da finire di vivere. Il buffer dovrebbe ormai essere completato, per cui posso premere di nuovo play.