lunedì 21 novembre 2011

MAI DARE UNA KORG AD UN MORTO VIVENTE

Da anni sogno un carnaio di neomelodici napoletani. Sapete, quelli che “coltivano il sogno” di arrivare a Sanremo per spizzare le tette della Clerici e mandare messaggi strappalacrime ammammà. Sarebbe la consacrazione definitiva, dopo anni di gavetta nei matrimoni e nelle serate di liscio.


Magari all'Ariston ci arrivano pure (in quei casi ti chiedi: “ma non era il festival della musica italiana?”), dopo essere passati a fare esibizioni live sulle reti private dentro quei salotti emblemi della cafonaggine terrona più spinta, intervallati da televendite e trasmissioni di mignottone cartomanti scollate, sfruttate a suon di cumshots da camorristi emuli di Wanna Marchi. Ma nonostante i genitori dei sedicenti artisti abbiano scassato le palle a tutti i palazzinari vicini per elemosinare voti, con tutti i ricatti morali - e non - possibili, il verdetto dei televoti e dei giudici comprati da Maria De Filippi è sempre impietoso. Il tuo singolo ha scavato le classifiche, bravo coglione! Ora sei il responsabile dell'umiliazione davanti all'Italia ed a Benigni di una città estera d'entroterra (troppo piccolo per essere San Marino, troppo grande per essere il Vaticano). Ma tanto crederanno che sei stato vittima del sistema discografico pieno di raccomandati che non riconosce il vero talento. Coraggio, ti rifarai al prossimo salotto di panzoni pacchiani tipo Carla Guidi e il Medium Zerino, con Rowena la veggente (porcoddio!) per l'angolo dell'astrologia, una che i cumshots non li vede manco da Robert Neville. Eh, tra l'altro lei te l'aveva detto che sarebbe andata di merda per colpa di qualcuno che non ti capisce. Bello cor' 'e mmammà!

C'è una cosa che ho sempre odiato dei palazzinari più incalliti: la loro tendenza a riempire il vuoto pneumatico delle loro esistenze con qualsiasi tipo di esagerazione; più è pacchiana poi, meglio è. E spesso, ci tengono che gli altri lo sappiano. È il loro modo di far conoscere al mondo quanto siano dei falliti totali. In apparenza, per intimidire, ma nel profondo sperano che qualcuno li compatisca. E che magari inizi a prestargli soldi a buffo, da spararsi ai videopoker o per rimpolpare il numero di Gratta & Vinci che segnano la distanza tra loro ed Euronics. Spesso la riducono con una cambiale, ma vabbè. Tanto non è mai successo che dei gorilla in giacca e cravatta siano venuti a pignorarti il televisore al plasma, l'XBox o l'impianto audio a ventimila Watt, giusto? È quello che pensi dieci secondi prima di metterti al terrazzo e vedere una berlina nera coi vetri oscurati parcheggiare sotto casa tua.

A me non me ne fregherebbe nemmeno un cazzo, finché le loro tragedie si consumano nelle loro mura. Ma se coi tuoi ventimila watt ci trituri lo scroto col tuo neomelodico del cazzo, se permetti vengo a trovarti a casa con un paio di uzi, per svuotare qualcuno di quei caricatori che tengo in casa nel caso giunga un apocalisse di zombie.

Gesù Cristo ingegnere, te la immagini un'armata di zombie che cantano “viiiiiita miiiia, moro insieeeeeemattèèèè”? Cioè, il contagio lo diffondono spappolando i timpani dei vivi ed innalzando la temperatura della scatola cranica di chi li ascolta. Gli zombie d'altri tempi i cervelli se li mangiavano crudi, questi qui invece li cuociono al vapore. È il risultato di anni passati a leggere Cronaca Vera, Grazia e Tivù Sette, dio cane. Sono gli zombie che invece di gettarsi a corpo morto (lol!) sulle carni delle vittime a mani nude, o brandendo accette arrugginite, usano i Miracle Blade.

Manco tanto diversi dai palazzinari vivi.

No, non me ne frega un cazzo nemmeno degli zombie. Esco di casa, con gli uzi carichi, prima che il fallout da Peppino di Capri si sparga su tutto il quartiere. Mi oriento con l'intensità per trovare la palazzina giusta, poi parcheggio lì vicino, in doppia fila, davanti a uno che aveva occupato due posteggi con una Smart (sic). Resisto alla tentazione di crivellarla di colpi. Con quello che ho pagato i proiettili, poi...

Lo sento, distintamente. Conto le terrazze. Quinto piano.

Una madre sta per entrare con il passeggino, suona almeno sei volte al citofono. Finalmente si fa aprire. Faccio finta di passare di lì per caso e gli faccio la cortesia di tenergli aperto il portone, poi mi infilo. Quella mi chiede urlando a che piano vado, indicando l'ascensore. Uso le scale, gli dico, e scopro l'uzi nascosto sotto la giacca. Quella capisce, apre la borsetta, prende un foglietto e ci scrive sopra. “Interno 56”. Mi sorride ed entra nell'ascensore. “Fai ciao al signore delle pulizie, Ilaria!”, dice alla bimba paffuta che mi saluta.

Arrivo davanti all'interno 56. Cristo, pure il numero dell'interno è da imbecilli. Manco a dire che puoi farci qualche giochetto cabalistico per farci uscire chissà quale significato. No, è un numero del cazzo. Se lo sommi fa 11. 1 + 1 = 2. Come du' cojoni. Quindi un significato ce l'ha, dai.

La musica è sparata. Non sto a chiedermi perché nessuno gli dice niente. Avrà sicuramente degli appoggi politici. O mafiosi. In effetti adesso sta passando un pezzo di house progressive con sotto le parole del Padrino.

Manco mi disturbo a suonare. Sfondo la porta a calci ed entro. La prima persona che becco è quella butrillona di sua moglie, una panzona cellulitica coi bigodini in testa che puzza di sandalo (la scarpa, non il fiore), insalamata dentro un body rosa e dei fuseaux azzurrini.

Svuoto il primo caricatore.

Passo davanti all'impianto stereo. E mi chiedo se la famigliola felice di Lost In Space sia atterrata lì. C'erano più manopole per i volumi lì che sugli amplificatori che usano i Manowar per i concerti. Diecimila euro di impianto. Lui non si vede e le orecchie stanno per sanguinarmi.

Prendo a calci lo stereo, visto che non trovo il tasto dello stop.

Lui esce dalla terrazza. Un altro cinghiale coi capelli a spazzola e la peluria fitta che spunta dalla maglietta semi aderente De Puta Madre. “Cazzo Succede??” urla.

Aspetto che si renda conto della situazione. Guarda me, guarda il cadavere sforacchiato di sua moglie riverso in una pozza di sangue. Guarda lo stereo, guarda fuori dalla terrazza.

Ah, vi ho già detto che la mia macchina è una berlina nera coi vetri oscurati?

Si toglie gli occhiali da sole a specchio, mi guarda con occhi acquosi e terrorizzati, come se fossi Rocco Siffredi con la bega di fuori. “No, ve prego! Concedetemi una proroga! Non mi togliete lo stereo!!”

E la moglie continua a sanguinare.

Quello piange, si inginocchia, mi chiede di risparmiarlo, si strappa la maglietta, piange ancora, striscia, si mette davanti allo stereo come un crocifisso.

Se c'è una cosa che ho sempre odiato dei palazzinari più incalliti è la loro tendenza a riempire il vuoto delle loro esistenze con l'esagerazione.

Svuoto il secondo caricatore.

1 commento:

  1. Una bella valvola di sfogo, soprattutto per chi il palazzinaro neo-melodico con l'impianto stereo a palla ce l'ha per davvero.
    :)

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