venerdì 18 novembre 2011

IL CONVENTO DEI SUSSURRI

Per la Madre Superiora, la notte non dovrebbe mai calare sul convento di Santa Crocifissa: il cielo non vede, dice, e i demoni del peccato possono agire indisturbati sul candore delle sue fanciulle intonse.

Quello che lei non sa è che le sue fanciulle intonse lo sono soltanto viste fuori dal convento. Altrimenti non avrebbero caldeggiato così tanto la riparazione degli scaldabagni; ma i tecnici sono venuti solo un paio di settimane fa! Eh, ma qua continuiamo a farci le docce gelate, vabbè la penitenza ma mica possiamo trasformare il convento in un lazzaretto di influenzate. Pensi se Dio ci manda la tubercolosi Madre, neanche lei sarebbe in salvo. Anche perché non s'è mai vaccinata, si ricorda l'attacco di rosolia che s'è beccata due mesi fa? Che poi è stata fortunata che Cristo non l'abbia voluta mettere alla prova con eventuali complicazioni della malattia, tipo la nevrassite.

Povera Madre Addolorata, lei è una religiosa d'altri tempi, rigorosa, seria, rispettosa dei voti, di quelle spedite a farsi suore perché manco i malati di sorca più indietro con l'evoluzione sessuale se la sarebbero ingroppata, nemmeno da bendati. “Oh figlia mia, che sventurata fosti! Non riuscisti a trovare marito! Piuttosto va a sposarti con Dio, che ti paga sempre gli alimenti!”.

Eh sì, accogli dentro di te lo Spirito Santo e sazia le tue voglie di peccato con una riproduzione della Verga di Aronne benedetta con mestolate di sborra da parte di tutta la curia papale. E già che ci siamo, pure con uno schizzetto di quella del presidente del CNR. Oh, lo sperma di Profumo, mica bruscolini! E così che la scienza ti fa vedere Dio. Un po' come Sean Gullette quando impazzisce dietro al pi greco e per poco non si fa chiavare da uno stuolo di rabbini ortodossi. “Hai visto troppo, tu! Hai visto la Nerchia di Dio!”

Madre Addolorata ha paura di farsi il giro delle scale e dei corridoi. Dalle camere delle sorelle, solo da poche si sente qualcuna che russa. E se russa, è perché s'è ubriacata prima di andare a dormire, dopo l'ennesimo rifiuto, da parte del giardiniere rumeno, di sfanculare per sempre i voti che aveva preso. La luce del corridoio non illumina, rende soltanto più bianche le pareti; fa notare di meno le piccole fenditure di luce che provengono da sotto le porte; non contiene i pianti, i gemiti, il sottofondo appena udibile delle preghiere recitate al contrario. Santa Crocifissa non è il nome di un convento, ma una santarellina irreprensibile che di sera se ne va a ciucciare cazzi in discoteca, disgustata da quel nome di merda e da sua madre, che gliel'ha dato. “Crocifissa, porca troia! Un nome del genere lo dai a una figlia che vuoi uccidere con la vita stessa!”. Forse è per questo che gli hanno intitolato un convento.

Prima che arrivasse Suora Serena, il convento di Santa Crocifissa era esattamente silenzioso e grigio come tutti gli altri. Studentelle secchione e represse o semplicemente troppo sceme per capire come funzionasse fuori da casa o dentro le mutande. Coltivavano con passione il giardino e le loro infiammazioni ai menischi, pregando davanti all'altare. Gesù Cristo risorto le guardava dalla raffigurazione con l'aureola e la cornice placcata in oro e le palme forate rivolte verso chi guarda.

Il suo messaggio di speranza misericordiosa: il gesto del “Puppa!”

Lo stesso che fece Suora Serena la prima volta che si inginocchiò all'altare assieme alle altre. “Puppa anche a te, Diocristo!”. Sulle prime, le altre si sono guardate abbastanza perplesse, non capendo l'inspiegabile comportamento della loro sorella. Madre Addolorata, invece, l'aveva capito benissimo.

Trentanove frustate, nuda, di fronte all'immagine dell'Arcangelo Gabriele. Madre Addolorata sferzava quel culo tondo e burroso davanti a tutte le altre consorelle. Suora Serena gemeva e tremava tutta. Il corpo teso come la corda di un arco e la liberazione finale, alla trentanovesima frustata. Uno squirting in faccia all'Arcangelo.

La tempera del quadro era vecchia e da quel giorno Gabriele non poté più vegliare su di loro.

Rinchiusa in una camera correttiva, pregava. Le sorelle origliavano, ma nessuna delle parole che uscivano dalla bocca di Suor Serena era anche lontanamente simile alle preghierine che dicevano in camera davanti al santino di Cristo, il loro personale dildo sublimato. Gli pareva di sentire parole dalla pronuncia ingarbugliata, parole come Marduk, Tiamat, Nyarlathotep, Melmoth, Anunnaki, e robe simili. Nessuna ascoltava più di un minuto. Molte si rinchiudevano in camera e pregavano, altre si mettevano un cilicio giro-fica per proteggere la loro verginità, altre ancora risolvevano la cosa in modo più prosaico, chiudendosi nel cesso e cagando fino a che non gli faceva male il culo.

Per la prima volta, sentivano la Minchia del Demonio che era riuscita ad avere accesso al convento. E si preparava a scoprire il glande, pronta a sventrarle.

Madre Addolorata non se la sentiva di chiamare l'ospedale psichiatrico. “Dio ha sempre un modo per risolvere questioni del genere!” pensava. “Forse è solo posseduta”. Si rivolse a Mimmo, l'esorcista di Casoria, un mago potentissimo, in quanto ancora nessuno gli ha sgamato il trucchetto delle monetine magnetizzate. È solo perché Striscia La Notizia non è ancora arrivata con le sue telecamere.

Comunque, l'esorcista entrò nella cella correttiva e ne uscì un quarto d'ora dopo una caterva di urla spastiche, preghiere farfugliate ed un “Aaaaaahhh” liberatorio finale. Non era un urlo, ma sollievo. Uscì con gli occhi spenti, la faccia scavata e una mano che si reggeva le palle. Sotto la cintola era macchiato come il lenzuolo di un segaiolo che non voleva alzarsi per prendere i fazzoletti.

Siccome non voleva far scappare troppe voci su quello che stava succedendo a Santa Crocifissa, Madre Addolorata decise di lasciarla rinchiusa nella cella finché non gli fosse venuto in mente qualcosa di divertente da fare con lei. I suoi valori stavano cominciando ad entrare in conflitto come i processi di Windows Vista prima di crashare.

Da lì fino ad ora, anche se rinchiusa nella cella correttiva, Suora Serena continua con la sua influenza indiretta sulle consorelle. La Minchia del Demonio è entrata, e per ora si sta limitando a carezzare con la punta la zona periferica dell'ingresso posteriore.

E a loro piace.

Suora Maddalena è l'addetta alla gestione dell'infermeria del convento. Ha cominciato ad ordinare dosi massicce di morfina: da allora, molte sorelle vanno con una scusa qualsiasi, dal mal di testa all'aerofagia, a farsi consegnare delle siringhe. Dice che servono per alleviare i sussurri, per non sentirli più. Il fenomeno l'hanno sentito inizialmente quelle che alloggiano vicine alla cella di Suora Serena. Poi tutto il secondo piano ha cominciato ad avvertirle. Sussurrano alla parte di loro che da giovani le faceva correre nel cesso dei maschi e scrivere “Vergine ed affamata, desiderosa di scoprire”, seguito dal numero di cellulare. Cioè, si vergognano a scrivere “scopare”, per questo a casa usano le aspirapolveri. Comunque, facevano prima a chiedere ai bidelli. Niente a che vedere con “Sonia, 19 anni, ripetente di lingue, BDSM-friendly”. Cazzo, come speravano di competere? E la voce glielo diceva. Gli ricordava delle loro famiglie di merda, di quanto erano delle perdenti e di come si sono riunite tutte insieme in questa fogna di perdenti. Una voce che gli ricorda delle loro fighe bagnate al massimo dall'acqua del bidet e usate più che altro per produrre ricotta. Una voce asessuata, ma che sanno tutte essere, in qualche modo. di Suora Serena.

Madre Addolorata cammina per le scale ed i corridoi, anche se si sta cagando sotto dalla paura. Ha ben in mente qual'è la stanza in cui vuole andare. La porta alla fine del corridoio del secondo piano, quella con le lampade rotte in cima alla parte vicina di soffitto; con una luce rosso sangue che filtra da sotto, non appartenente a luce elettrica o lumini ad olio benedetti; con l'aria impregnata di quei maledetti sussurri. Madre Addolorata aveva iniziato a sentirli, e ci stava più di merda delle altre: lei c'è marcita per quasi mezzo secolo, là dentro.

Cammina appesantita dall'età, nel fisico e nello spirito. Stringe in mano un grosso coltello da macellaio. Per un tratto pare sicura e determinata, poi timorosa e spaventata dalle ombre, in entrambi i casi conscia che oltre quella porta c'è la Minchia del Demonio pronta a divorarla.

Prende il mazzo di chiavi e le fa scorrere sulle dita tremanti, fino al passepartout. La luce che filtra sotto la porta non ha mai cambiato colore. I sussurri continuano, diverse voci mescolate, una chiaramente femminile, una gutturale, altre che sembrano più i conati di vomito di un cane soffocato da un osso di pollo. Madre Addolorata infila la chiave nella toppa. Prima mandata, clak, seconda mandata, clak, terza mandata. La porta si spalanca.

Il coltello gli cade dalla mano divenuta gelata e inerte come in un'emiparesi. Suora Serena è sdraiata per terra all'interno di un circolo rosso vivo, con un pentacolo inscritto dentro. È completamente nuda. La luce rossa proviene proprio dal disegno a terra, brillante d'un alone malato: pulsa ondeggiando, come un lombrico. Suor Serena geme stridulamente, il suo corpo che viene ritmicamente inghiottito e risputato ad ogni sospiro da un'ameba di ombra che non ha fattezze e non può essere descritta diversamente da un'ameba d'ombra con delle braccia che ogni tanto spuntano dal quella massa nera e si avvinghiano alla pelle di lei, graffiandogliela. La cosa apre gli occhi, fessure verdi luminescenti senza pupilla. Si accorge della Madre Superiora, del suo patetico tentativo, della presenza di un'altra anima dominata dalla paura che sta disturbando il matrimonio sconsacrato. Credeva avesse avuto almeno la decenza di entrare quando tutto sarebbe finito.

La Madre Superiora stavolta si caga sotto per davvero.

Un tentacolo nero spunta all'improvviso da quel coso d'ombra. Velocissimo, la punta trapassa l'addome della Madre. Il contatto con l'ombra è bollente e Madre Addolorata si soffoca del suo stesso dolore. Poi il tentacolo si ritrae con lei ancora infilzata, gettandola nel cerchio rosso. L'ultimo ingrediente da buttare nel calderone.

Ed inizia il pasto.

La minchia del Demonio è sazia.



Il convento di Santa Crocifissa è un convento grigio. Le scale ed i corridoi sono pieni di sussurri. Nelle stanze dimorano verginelle curate a bacinelle di morfina in endovena, finché smettono di ascoltare i sussurri. È il segno che sono pronte, che la loro memoria è stata scrostata dall'impotenza della loro vita prima dei voti. La Minchia lo sa e le aspetta.

Ad attenderle per la celebrazione del matrimonio, nell'altare della cella correttiva, c'è Madre Serena.

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