venerdì 22 luglio 2011

HANGOVER NIGHT


Dunque, ricapitolando: mi svegliai dentro una stanza il cui unico riferimento luminoso era un'insegna al neon visibile dal vetro della finestra alla mia sinistra. Non si vedeva il cielo, ma di sicuro era notte. Inoltre, ero sdraiato su un letto cigolante con il materasso scoperto, avevo la bocca impastata di brandy e mi girava un po' la testa.
Ed ero completamente nudo.

Alla mia destra potevo avvertire il suono debole di un respiro profondo e regolare. Qualcuno stava dormendo accanto a me. E forse era la ragione per cui ero conciato in quel modo.
Smanacciai alla cieca alla mia sinistra, sperando di trovarci un comodino e qualcosa di afferrabile che mi facesse ritornare alla realtà. Toccai quello che sembrava l'interruttore a filo di una lampada. Ed ovviamente, il piano del comodino su cui poggiava. L'accesi.
La luce stese d'improvviso il suo velo sulle pareti dell'interno, accecandomi ed isolando il letto dal resto dello spazio. Ci volle un po' di tempo ad abituare gli occhi alla luce pungente, ma ora potevo vedere chiaramente chi era il dormiente sdraiato sul letto assieme a me.
Era una donna. Ed era nuda anche lei.
L'unica cosa che in un certo senso la rendeva meno nuda erano i tatuaggi che portava sulle spalle, sopra i glutei e sulla spalla sinistra. Prevalentemente erano fiori, stelle o disegni tribali, pieni di curve ed armonici, che accentuavano la chiarezza della carnagione e la dolcezza e la formosità del corpo. Di schiena sembrava davvero una bella figa. I lunghi capelli colorati con una tinta blu elettrico però, mi lasciavano un po' dubbioso.
L'unica cosa è che non mi ricordavo proprio come cazzo c'ero finito con lei, dentro quella stanza.
I rimasugli alcolici che avvertivo nella bocca e la pesante sensazione di vertigine mi chiarirono le idee soltanto sulla causa di tutto ciò, non certo sugli effetti. Per quelli, avevo come l'impressione di essere stato costretto a svegliare la ragazza e chiederlo a lei.
Non appena mi sedetti, sentii che la pelle tirare e bruciare leggermente in alcuni punti, in particolare sulle spalle e dietro i fianchi. Ci passai sopra i polpastrelli, avvertendo una sensazione molto simile a quando si tocca un pezzo di carta vetrata usato per troppo tempo. Erano graffi.
Quello fu un altro indizio di quello che mi era successo. E anche di questo dovevo chiedere a lei. Così come probabilmente le dovevo chiedere delle strane macchie nere sfumate che avevo sulla pelle del pisello.
Ma non mi ricordavo un cazzo. Tabula rasa. Niente di niente.
Di solito non è così che andavano le cose. In virtù del fatto che, in un mare di due di picche, poche ragazze mi hanno effettivamente detto “sì, andiamo di sopra” con le intenzioni più animalesche, le mie sparute avventure sessuali me le ricordavo nei minimi dettagli, anche dopo averci dato sotto di brutto con cocktails e droghe leggere. I miei amici erano molto più abili di me e avevano perso il conto e dimenticato alcune delle loro scappatelle. Le mie invece me le sono sudate e conquistate dopo diverse Waterloo e si potevano contare sulle dita della mano. Per questo non potevo scordarmele.
Invece, pareva mi fossi dimenticato proprio di quella con colei che sembrava la tizia più figa che mi fosse mai capitata. Era la prima volta che vedevo un culo a mandolino così perfetto, sodo, da mordere. Roba da prendere il muro a testate.
Strofinai le dita sulla fronte, sperando che mi aiutasse a stimolare le cellule cerebrali. Se avessi avuto una pistola, me la sarei puntata alla tempia per minacciare il cervello di farlo finire a ridipingere le pareti se non si fosse dato una mossa a darmi almeno un cazzo di indizio. Qualcosa perduto tra i suoi meandri. Ma evidentemente sarebbe stato inutile. Oltre che stupido, certo. Specialmente se avessi premuto il grilletto.
Il pavimento freddo accolse le piante dei miei piedi. Ancora non riuscivo a distinguere bene in che tipo di posto effettivamente mi trovassi, per cui decisi di fare una piccola perlustrazione, cercando di non fare troppo rumore.
Manco a farlo apposta, ebbi un lieve giramento di testa. Abbastanza per farmi cadere a terra sulle ginocchia.
La ragazza però continuava a dormire.
Ero finito per terra a quattro zampe. In compenso riconobbi le mie mutande, dopo esserci finito sopra con la mano.
Avevo appena riacquistato la cognizione di tutto il mio corpo, anche grazie alla ginocchiata che avevo dato sul pavimento quando caddi. Solo allora mi accorsi d'improvviso come colpito da una palla da demolizione, che quella non era solo una lieve vertigine, ma un mal di testa dopo-sbronza in piena regola. Era come se dentro di me ci fosse stata un'esplosione di una fabbrica di nitroglicerina ed ora stessi smaltendo l'incendio successivo, che faticava ancora a spegnersi.
Strinsi i denti fino a farli stridere tra di loro. Mi aggrappai alle mutande e le stritolai, sperando di ritrovare l'equilibrio. Le tempie mi pulsavano, percosse con violenza dal battito frenetico e martellante del mio cuore terrorizzato. Sforzai un urlo che venne soffocato dai denti stretti. Avevo serrato le mascelle così forte che mi prese un crampo e non riuscii ad aprirle.
“Una sbornia a scoppio ritardato, che stronzata!” pensai.
Quella terribile agonia silenziosa continuò per circa altri due interminabili minuti fino a quando, gradualmente, non si affievolì fino a dissolversi del tutto. Ripresi a respirare con regolarità e potei riaprire la bocca. Addentai l'aria per prendere ed inspirare grosse boccate. C'era un lieve odore d'incenso.
Mi rialzai barcollante, con le mutande in mano e gli occhi umidi. L'incenso strabordava nelle cavità della mia testa, al punto che ne potevo sentire perfino il sapore fumoso. Era intenso, ma non così forte da entrarti nel cervello. Probabilmente, da qualche parte, la candela s'era spenta. Comunque, pian piano mi ci abituai, anche se il mal di testa di certo non aiutava.
Avevo asciugato gli occhi e finalmente ricominciavo a reggermi in piedi. I sensi erano tornati tutti al loro posto. Mi sedetti su una poltroncina su cui c'erano gettati dei vestiti. Riconobbi i miei, assieme altri capi di colore nero, più corti e più numerosi.
I suoi abiti, probabilmente. Ne presi uno più grande degli altri e lo distesi davanti ai miei occhi.
Era un corpetto piuttosto succinto, che si chiudeva dal davanti con dei lacci neri, al posto della cerniera. Anche così, lasciava scoperto quel tanto che bastava per far intuire la sorpresa senza rovinarla.
“Chissà quanto sono grosse...” pensai.
Sotto la poltrona ritrovai anche i calzini. Mi infilai anche quelli, assieme ai jeans. Stavo per fare lo stesso anche con la camicia: l'occhio però venne rapito da quel poco che la penombra mi rivelava di quella stanza.
Ero finito dentro quello che aveva tutta l'aria di essere un monolocale. Cinque metri più in là c'era un tramezzo bianco collegato ad una colonna a base quadrata, che probabilmente divideva la casa in due stanze distinte. Attorno a me c'era un discreto disordine; panni gettati a casaccio su vari mobili, un grosso televisore nero a tubo catodico, poggiato su un comodino basso e posizionato di fronte ad un divano coperto da una specie di lenzuolo con diversi motivi floreali. In terra, vicino ad un tavolo, c'era quella che pareva una fruttiera di rame rovesciata. Sul tavolo, invece, un paio di candele d'incenso fumavano morenti.
Vicino alla tivù, uno stereo da quattro soldi, sovrastato da una grossa mensola ricolma di CD. Mi parve di beccarne un paio dei Black Flag poggiati sullo stereo. Li riconobbi perché era roba che ascoltavo anch'io. Ci andava leggerina, insomma.
Il pensiero di essermi portato a letto una punkettona alternativa dalla schiena carina non faceva che aumentare in me la voglia di ricordare tutte le malefatte della nottata. Mi chiedevo soprattutto cosa diavolo avessi detto o fatto per farmi portare qui. O cosa avesse detto lei.
Passato tutto lo sbandamento iniziale, abituatomi ormai all'odore di incenso, mi decisi finalmente a fare la cosa più logica e semplice: il giro del letto per vederla in faccia.
Non mi pentii affatto. C'era un buon numero di piercings presenti sul suo volto, ma erano piazzati al posto giusto: sul labbro inferiore, sul sopracciglio destro ed una fila di orecchini sul lobo sinistro. Scorrendo lo sguardo sul suo corpo in controluce notai che ne aveva un paio anche sui capezzoli (non erano così grosse, in ogni caso). Scesi fino all'ombelico: anche lì ce n'era un altro, una piccola perlina d'acciaio colorato con qualcosa di scuro di cui non riuscivo a distinguere la tonalità.
Dormiva sorridente e serena. Il respiro lungo e profondo gonfiava e sgonfiava ritmicamente il corpo tatuato: l'angelo che aveva disegnato sul fianco spiegare le ali. Le labbra sottili e ben disegnate avevano i rimasugli sfumati di un rossetto scuro. Lo stesso colore che avevo visto sul mio pisello. Mi leccai istintivamente le labbra: sulla lingua sentii un sapore dolciastro appena percettibile. Sfiorai la bocca con le dita. Il rossetto era finito anche lì.
Mi ero istintivamente avvicinato a lei, senza rendermene conto. La mia mano era sollevata sulle sue cosce levigate. Mi trattenni dallo sfiorarla. Non volevo che si scomponesse da quella posizione. Non volevo interrompere la sua serenità. Inspirava l'aria come se la stesse sorseggiando. Lontana dalla metropoli notturna e dalla strada umida, dall'insegna luminosa che fendeva il vetro della finestra, dalla lampada del comodino accesa. Lei, il suo sonno, i suoi ricordi. Un ritratto di silenzio sospeso nella penombra di un appartamento disordinato.
“Non mi ricordo nemmeno il tuo nome”.
Ma glielo avevo chiesto?
Ritornai verso la sedia con i miei vestiti appoggiati sopra. Indossai i jeans, la camicia, i calzini e le scarpe. Spensi la luce del comodino, cercai con lo sguardo la porta di casa. Ce n'erano due all'apparenza identiche, piazzate vicine su due pareti adiacenti che facevano angolo. Pensavo di dover tirare ad indovinare, ma su una c'erano le chiavi infilate, segnalate da un portachiavi folto di gingilli. L'impegnativa azione del rivestirmi mi aveva anche ricordato del mal di testa, di cui invece mi ero dimenticato mentre la stavo guardando.
Gettai un ultimo sguardo verso la ragazza addormentata ed il suo corpo sereno, che si gonfiava e sgonfiava ad ogni respiro. La testa si era mossa leggermente ed una ciocca di capelli blu gli era finita sulla guancia.
Mi toccai le tasche per assicurarmi di avere con me tutti i miei effetti personali. Le chiavi di casa c'erano, quelle dell'auto pure. Occhiali da sole: presenti, anche se inutili. Orologio da polso: infilato. Portafogli?
Non l'avevo addosso.
“Forse mi è caduto da qualche parte”. Mi tolsi le scarpe per non fare rumore e mi riavvicinai alla sedia dove avevo gettato i miei vestiti e cominciai a cercare a tastoni sul pavimento.
Non lo trovai. Rovesciai tutti gli abiti che c'erano sulla sedia, scuotendoli e sbattendoli, sperando che uscisse fuori dalle pieghe nere dei vestiti di... della ragazza. Nemmeno stavolta ottenni il risultato sperato.
Lo adocchiai sul comò di fronte al letto. Proprio mentre stavo per prepararmi al peggio.
Ovviamente, non feci attenzione a come mi mossi per andare a prenderlo. L'incontro - o meglio, lo scontro - del mignolo con il piede del letto fu inevitabile.
La botta smosse il letto ed io cacciai un urlo breve ed improvviso. Abbastanza per strappare lei dalla sua serenità sospesa e riportarla a quel pezzo di realtà notturna.
Si mosse con pesantezza, tenendo il dorso della mano sulla fronte.
- Ehi, ma che diav... ah, sei tu. -
“Sei tu”. Come dire, “sei come quegli ipotetici altri”. La freddezza con cui aveva pronunciato quella frase mi mise i brividi.
- Volevo riprendermi questo - dissi, sventolando il portafogli - ma ho fatto un casino. -
- Ho notato. -
Lo aprii per controllare che tutto fosse a posto, a parte i soldi che sicuramente sarebbero mancati. In effetti mancavano delle banconote. Anzi, mancavano tutte. Da 200 euro che mi ero portato appresso, almeno questo me lo ricordavo eccome.
- Tranquillo, mi hai già pagata... anche se probabilmente nemmeno te lo ricordi. -
Rimasi impietrito come succede nei fumetti, quando qualcosa sorprende un personaggio.
- Come scusa? -
- Ti ho detto che mi hai già pagata. Ti ho fatto un piccolo sconto. Tutto sommato, mi sei simpatico, anche se prima avevi il cervello come una cantina di birra. E poi, ti piacciono i Black Flag. - sorrise.
Ci volle quasi un minuto per realizzare nella mia testa quello che la ragazza mi aveva appena detto. Ci sono stati problemi di algebra lineare che avevo risolto in molto meno tempo.
Dunque, tra le tante stronzate che avevo fatto quella notte, avevo perfino pagato una puttana per farci sesso, oltre ad aver bevuto come un cammello scappato da uno zoo di Las Vegas. Pensando positivo, qualcosa cominciava a ricostruirsi. Anche se le prospettive, a dire il vero, non si stavano certo mettendo per il meglio. Inoltre sospettavo che tutto ruotava intorno a due costanti che fanno stabilmente parte del bagaglio di cazzate universitarie del sabato sera: alcool e sesso.
- Come ci siamo incontrati? - le chiesi.
- Di sotto al Ganesh, assieme ad alcuni tuoi amici. Eravate tutti fuori di testa e tu sei venuto vicino a me come un lemming verso una scogliera. Gli altri ti hanno lasciato fare e se ne sono andati per fatti loro e... -
- Cheee?? Mi hanno mollato qui?? -
- Non credo avessero il raziocinio necessario per dirti di no. Alcool, testosterone ed amicizia non stanno bene miscelati nella stessa bottiglia, a volte. Il tappo salta. -
- Per essere una puttana, parli come una filosofa. -
- È il bello di mettersi in proprio. Hai tempo per leggere. -
Ricontrollai il portafogli per vedere se avevo ancora qualche banconota nascosta tra i documenti ed i biglietti da visita dei pub. Gli interni di stoffa erano più neri di un cormorano irrorato di petrolio. Leggasi, vuoto.
- Scusa, quanto mi è costato scopare con te? -
- Beh, hai chiesto servizio completo ed anche di più: ti sei fatto pure graffiare e picchiare. In genere prendo 300 euro, ma ti ho fatto una speciale promozione-alcool: metà prezzo. -
- Promozione-alcool? Ma io di tutto questo non mi ricordo una minchia! -
- E secondo te perché ti ho fatto pagare tutto metà prezzo? - disse sarcasticamente.
- Come faccio ad essere sicura che tu non mi stia mentendo? -
Pelle-di-Latte-Tatuata prese un pezzetto di carta bianco dal comodino al suo lato. Distese il braccio, invitandomi a prenderlo.
- Che cos'è? - chiesi, mentre lo scartavo per leggerlo.
- Leggi. Ti era caduto dal taschino della camicia. -
Sul foglietto c'erano dei numeri ed il nome del Ganesh. Era lo scontrino di quella sera. Di tutto quello che avevo bevuto. Mi stupii di non essermi risvegliato in sala rianimazione, con una flebo infilzata nell'avambraccio.
Il conto dava 50 euro tondi tondi.
- A me ne hai dati 150. Tanto ti avevo chiesto. -
- Resta comunque il fatto che sono andato a letto con una squillo! - protestai.
- Beh, a me non sembrava tu fossi così dispiaciuto... -
- Questo lo dici tu. Io continuo a dire di non ricordarmi un cazzo di niente! -
La ragazza sbottò scuotendo le mani e si alzò dal letto, ondeggiando i fianchi ed avvicinandosi a me, con il dito puntato sul mio petto e lo sguardo inquisitorio.
- Ci siamo incontrati al Ganesh ed ho accettato le tue avances solo perché è il mio lavoro e perché ti ho ritenuto abbastanza inoffensivo da portarti nel mio appartamento, nonostante fossi completamente andato ed avessi le palle così gonfie che non barcollavi solo per l'alcool; ho sopportato il tuo alito da kerosene per tutto il tragitto verso casa mia, nel quale non sei mai - e dico MAI - stato zitto, rischiando pure di prenderci addosso secchiate di piscio dai piani superiori; quando siamo entrati sei caduto sul tavolo da pranzo, rovesciando la fruttiera e cascando malamente per terra; ciononostante, una volta finiti a letto, mi hai chiesto a gran voce di picchiarti, urlando “sono lo gnu, tu sei la leonessa, picchiami e feriscimi”, cosa che ho fatto molto volentieri, visto che non sei stato un attimo fermo: se avessi avuto una cazzo di bomboletta d'insetticida, prima te l'avrei tirata in testa, poi te l'avrei fatta respirare come il Vics. Poi vediamo, ah sì: ho dovuto trattenerti con le unghie per calmarti un attimo. Non sai quante volte il tuo fottuto cazzo mi è sfuggito dalla bocca perché tu eri 'agitato' ed hai incominciato a calmarti solo durante il su-giù. Quando poi sei venuto, ti sei addormentato come un sasso. -
L'impietoso elenco mi venne sottoposto con il tono di una segretaria che riepilogava al suo capo l'agenda dei suoi appuntamenti.
- Se ti sbrighi, tra un po' passa l'autobus notturno. Così puoi andartene. -
- Lo farei, se avessi almeno i soldi per pagare il biglietto. -
Pelle-di-Latte-Tatuata alzò lo sguardo al cielo. Si avvicinò al comodino vicino al lato del letto che era stato suo, aprì il cassetto e rovistò dentro con la mano. Tornò da me con una moneta da un euro.
- Tanto il biglietto puoi farlo anche sull'autobus. C'è la macchinetta -
Non avevo molta voglia di continuare a discutere, per cui accettai senza fiatare. Raccolsi il resto della mia roba ed andai verso la porta di casa.
- Torna a trovarmi... gnu. - disse, ammiccando.
- Seh, come no... -
- Lo farai... mi devi un euro. -
La ringraziai ed uscii, chiudendo la porta. Malgrado tutto, non riuscii a contenere un sorriso ebete.
Perché avevo come la sensazione di avere un'altra possibilità. Non subito, certo. Ma a pelle era così.
Bussai alla sua porta.
Lei riaprì. Addosso aveva una vestaglia di seta. - Che velocità. -
Sorridevo ancora come un idiota e non potevo farne a meno. Ma non potevo andarmene senza averglielo prima chiesto.
- Come ti chiami? -
Stavolta, il suo sorriso non ebbe niente di sarcastico.


2 commenti:

  1. 150 è una bella botta. Comunque per sicurezza passami il numero.

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  2. Non lascia mai numeri, ma si fa trovare.

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