giovedì 21 aprile 2011

LA RIUNIONE DEL MOVIMENTO GENITORI

Anna si era stancata. Per l'ennesima volta, sua madre aveva trovato un modo per litigare con lei. Si appoggiava alla più piccola stronzata: la gonna troppo corta, un rossetto troppo pronunciato, le tette al vento, quando ti ci vuole per portarmi a casa la laurea in giurisprudenza, cazzo lavori a fare come cameriera, sei tornata due minuti più tardi. Tutto ciò che poteva essere una buona scusa per innalzare i decibel della discussione. Anna aveva troppo poco autocontrollo per fottersene in silenzio. Rispondeva a tono, con gli occhi infuocati dal fastidio che le sue sfuriate le provocavano. la rabbia si alimentava e ringraziava.

Uscì di corsa, chiudendo con violenza il pesante portone di legno, che sbattè come un'auto che ne tamponava un'altra e tagliò le urla della madre dentro casa. Non aveva idea di dove voleva andare. Intanto, desiderava allontanarsi. Senza voltarsi indietro. Gli occhi erano troppo gonfi di lacrime per guardare di nuovo quella casa di merda.
Non dovette aspettare molto per l'autobus. Faticò un po' a salirci sopra a causa della calca e del caldo soffocante. Il mezzo era stipato fino all'orlo da termosifoni umani a maniche corte, inaciditi dal solleone e dalla puzza di sudore, irritabili come gatti in calore. La fermata che cercava non era vicinissima, ma almeno non sarebbe svenuta prima di arrivare.

Giunta nei pressi di Villa Borghese, scese barcollando, come se gli avessero iniettato una pinta di grappa in endovena. Era capitata vicino ad un operaio dall'alito pesante di vodka e ad una turista milanese che puzzava di phard mischiato a sudore. Si aggrappò al palo della fermata, boccheggiando. Estrasse una Lucky Strike dalla borsetta e tirò freneticamente fino a tossire. La lasciò a metà prima di gettarla via, dove rotolò silenziosa verso la grata di un tombino e venne inghiottita per sempre.

Villa Borghese era il posto in cui spesso si recava per pensare, per starsene da sola, anche solo per piangere, senza che nessuno rompesse chiedendo “che hai?”. Era uno di quei giorni in cui aveva voglia di fare tutte e tre le cose assieme.
Si sedette su una panchina ombreggiata da una quercia, i gomiti appoggiati sulle ginocchia ed il viso abbandonato sulle mani intrecciate. Gli occhi stanchi ed annebbiati dal caldo e dalla tristezza percepivano qualche sagoma indistinta di coppie sdraiate sul prato, di gente che si faceva jogging, di signorine dall'aria distinta che portavano al guinzaglio degli orrendi e rumorosi chihuahua a pelo corto non più grandi di una pantegana, di colore marroncino. Erano simili a degli stronzi ambulanti.

Sono anni che ormai era giunta alla conclusione che sua madre la invidiava. La invidiava di essere bella e di saperlo far vedere agli altri; di voler essere indipendente e di riuscirci, facendo leva proprio sui principi di “lavoro sudato” che lei sbandierava tanto; di non essere la maestrina repressa rinsecchita dalla menopausa che era diventata dopo il matrimonio; di non riuscire più a comandarla e ad influenzare le sue scelte secondo i suoi desideri. Non era più come i bambini della scuola a cui lei insegnava: suggestionabili e facilmente terrorizzabili. Anna era diventata una donna, che voleva riprendersi quel pezzo di vita ancora non andato a farsi fottere. Aveva già cominciato a pagarsi gli studi da sola, facendo salti mortali tra il bancone di un pub ed i tavoli di un ristorante. Presto se ne sarebbe andata a vivere altrove, forse con il suo ragazzo o forse con altre coinquiline che condividevano la sua rabbia, la sua voglia di mandare tutti affanculo.

Sollevò le gambe e puntò i talloni sulla panchina. Avvolse le sue braccia da ballerina attorno alle ginocchia e ci sprofondò la testa. Iniziò a singhiozzare. Le lacrime scesero lungo i polpacci scoperti.
Pianse fino alla secchezza degli occhi. Quando sollevò il viso, lo sguardo sembrava quello di un tossico resuscitato dal lettino di un ospedale. La pelle, da chiara, era diventata pallida e scavata, come appiccicata a forza sugli zigomi; le palpebre arrossate ed irritate sbiadivano ed inghiottivano le iridi azzurre Sembrava cieca. 

Invece, quando credette di esserci diventata veramente, vide qualcosa che catturò la sua attenzione, nascosto dentro una siepe a pochi metri di distanza. Era un piccolo bagliore... verde?
No, era bianco, ma i riflessi colorati erano in prevalenza verdi. Non sembrava nulla che avesse a che fare con la luce solare. Non direttamente, almeno.
Sulle prime pensò si trattasse di un coccio di bottiglia colpito dai raggi solari in modo alquanto singolare. Non fu un pensiero sufficiente per resistere alla tentazione di andare a controllare.
Anna si alzò dalla panchina, sciogliendo le gambe dall'abbraccio che le costringeva a stare unite e piegate. La curiosità sgranchì gli arti automaticamente. Il vociare basso delle persone ed i rumori esterni si spensero tra il frinire delle cicale, diventato improvvisamente più forte.
Il piccolo bagliore continuava ad intervalli irregolari. Ogni tanto spariva tra le foglie della siepe, ricomparendo qualche secondo dopo.
Anna continuò lentamente e cautamente ad avanzare, abbandonando l'acciottolato e calcando il prato subito vicino, dove la siepe era piantata.

Le cicale erano diventate quasi assordanti. Pareva fossero vicinissime, forse le stavano addirittura camminando addosso senza che lei se ne accorgesse. Le persone che passavano correndo e sbuffando non sembravano accorgersi di niente. Soltanto un tizio si fermò, ma non di sua volontà: il pastore tedesco che teneva al guinzaglio si era fermato, puntando le orecchie ed abbaiando all'aria. Non sapeva nemmeno lui perché lo faceva. Sapeva soltanto che c'era qualcosa di terribilmente sbagliato. L'aria gli puzzava troppo di un odore che non aveva mai sentito.
Alla fine, il padrone riuscì con molta fatica a portarselo via.

Inebriata dal suono diffuso delle cicale e rapita dal bagliore intermittente, Anna era giunta alla siepe. Ed osservò il brillante incastrato tra il fogliame basso. Le cicale intanto, continuavano a frinire fuoriosamente. Anna era finita dentro l'occhio di una specie di piccolo uragano, provocato dal battito delle ali di migliaia di cicale impazzite.
Allungò il braccio per afferrare l'oggetto che brillava di riflessi verdi. Era freddo al tatto e dalla forma allungata. Con il pollice riuscì a sentire l'attacco di una catenina sulla sommità di quello che sembrava un ciondolo. Chiuse le dita attorno all'oggetto ed estrasse il braccio dalla siepe.

Quando aprì la mano, rivelò quella che sembrava una piccola scheggia di cristallo verde non più lunga di cinque centimetri. Era affusolata ed appuntita e la superficie era piuttosto opaca. Lungo la superificie della scheggia erano presenti piccole scalanature curve, legate tra loro come una specie di motivo a edera. Una montatura in argento sulla parte piatta la assicurava ad una catenina sottile. Era un ciondolo di una foggia stranissima, che non aveva mai visto prima.
“Forse l'ha perso qualcuno”, pensò, mentre se lo rigirava tra le mani e ne ammirava la base che legava la scheggia alla catenina. Argento lavorato e cesellato con un fitto fogliame d'acanto.

Improvvisamente, qualcosa attraversò rapidamente le scanalature. Qualcosa simile ad un bagliore fioco, che lo fece quasi pulsare.
- Ma che cacchio... - borbottò Anna.
Di nuovo, il cristallo venne attraversato da quel bagliore debole, che ne percorse velocissimo tutto il rilievo, fino alla punta, che brillò come un diamante esposto in una gioielleria.
Prima che riuscisse a dare una risposta a quello che stava succedendo, Anna si rese conto di averlo indossato soltanto dopo che le sue dita abbandonarono dietro al collo il fermaglio agganciato.


La riunione del Movimento Genitori si sarebbe tenuta nella palestra del nuovo liceo “Franco Fortini”. Oltre alla presidentessa, al preside del liceo e a diversi insegnanti, partecipavano anche una manciata di esponenti politici, tre del PDL e tre del PD, poiché il preside Morini non voleva assumersi responsabilità per un'eventuale violazione della par condicio.
Poi c'era un prete.
Accostato a quegli altri, rendeva il tutto anche fin troppo esplicito.
Erano stati invitati, a forza, anche gli studenti, che avrebbero preferito sorbirsi un poker di compiti in classe tutti lo stesso giorno, piuttosto che ascoltare i pallosi sermoni di quella prugna secca repressa della presidentessa del Movimento Genitori o di quei preti le cui facce da Gestapo non promettevano nulla di buono.

Anna si sedette in prima fila. Era stata invitata da uno degli esponenti del PD amici di sua madre, come addetta stampa. Nemmeno lei riusciva a credere di aver accettato di prestarsi ad una puttanata simile senza battere ciglio. Gratis, per giunta.
Era come se qualcosa gli avesse sussurrato la risposta nella testa. E gli era piaciuto il modo in cui gliel'aveva detto.
La vocina gli aveva anche suggerito come vestirsi.
Un tailleur blu scuro con camicia bianca sotto, i capelli biondi legati a chignon e decolletè vedo-non vedo; rossetto rosso d'ordinanza ed occhiali da lettura leggeri. Sarebbe stata in grado di chiedere con successo un aumento di stipendio perfino al più misogino dei manager. Il ciondolo verde cascava proprio nell'incavo delle tette.
Non riusciva a spiegarsi nemmeno questo. Non c'erano manager da sedurre, dopotutto. Solo politici bigotti e bavosi, che non vedevano l'ora di infilare il cazzo nella bocca delle loro addette stampa, mentre facevano la morale parlando di famiglia e radici cristiane dell'Europa.
Non si sarebbe scopata gentaglia simile nemmeno dietro ad una minaccia a mano armata.

Il microfono gracchiò e fischiò, assordando studenti e adulti.
- Sulla scia dei recenti avvenimenti di questa scuola, si è pensato di organizzare una conferenza sul tema della sessualità percepita dai giovani e sulle sottoculture giovanili. -
In pratica, in due settimane era successo questo: una tizia del liceo linguistico è stata beccata mentre si faceva sborrare in faccia da tre suoi coetanei. Tre giorni dopo, sul tetto della scuola, il custode notturno ha beccato quattro studenti vestiti di borchie e magliette nere con pentacoli rovesciati che avevano organizzato una specie di seduta satanico-spiritica offrendo in sacrificio un gatto nero, inchiodato al pavimento e sbudellato. - Volevamo ottenere i favori di Satana per riuscire nel compito in classe di giovedì. - avevano dichiarato.

- Ora sentiremo le opinioni della presidentessa del Movimento Genitori, la dottoressa Francesca De Giovine, degli assessori Carlo Mastronunzio e Mario Bolletta, rispettivamente di PD e PDL. -
Mastronunzio era quello per cui Anna era stata chiamata come addetta stampa. Ovviamente non sarebbe stata pagata, ma era tutta roba che “conferiva crediti universitari”. Quando glielo chiese, Anna aveva accettato con una certa riluttanza, accertandosi che non fosse tutta una manfrina per portarsela a letto. Ora che si trovava lì, la cosa non sembrò più preoccuparla.

Marco, III C ragioneria, si era seduto vicino a lei. Tremava, ed ogni tanto gettava uno sguardo voglioso alla scollatura. Accavallò le gambe per nascondere l'erezione montante.
Anna scriveva sul suo bloc notes: “I giovani di oggi crescono seguendo modelli culturali sostanzialmente sbagliati...”, “... la cultura giapponese è un fattore estremamente deviante, poiché introduce parametri di violenza che ne azzerano l'orrore...” “... hanno perso la fede nei valori della famiglia e del lavoro...”. Mentre la biro scorreva sul foglio, Anna curvò le labbra rosse con un sorriso di scherno.

Poi presero la parola gli esponenti politici. Dalle loro bocche uscì sostanzialmente la stessa pappa della De Giovine, rimasticata e riadattata a due visioni politiche differenti. Il pidiellino che parlava di azioni repressive nei confronti di manifestazioni del genere, il piddino di sintomi di estremo disagio che vanno curati dagli specialisti e dalla famiglia. Poi i due si sono scontrati sui relativi punti da loro esposti, offrendo un tragicomico spettacolo in cui i due alzavano la voce su una cosa in cui erano d'accordo quasi su tutto. La De Giovane dovette agire da moderatrice per calmare gli animi, imbarazzatissima.

La palestra si distribuiva equamente gli sbadigli e gli sbuffi che annunciavano la lenta ed inesorabile caduta dell'attenzione da parte di tutti.
Anna continuava invece ad ascoltare. E sorrideva, beffarda e sprezzante. Quell'accozzaglia di bigotti gli ricordava tanto sua madre. Gli piaceva riempirsi il petto di parole pompose e proclami da profeti invasati. I ragazzi, i giovani, i bambini: il controllo. L'ultima spiaggia che hanno a cui aggrapparsi, per bilanciare i fallimenti delle loro squallide vite.
- Lasciamo ora la parola a monsignor Giuseppe Moroni. Un applauso prego. -
Uno stanco e macilento battere di mani accolse il reverendo. 

Si sollevò dietro la barriera di scrivanie che separava i difensori del bene dai portatori sani di peccato. Era un tizio altro ed asciutto, con il volto scavato e severo. Lo scarso entusiasmo con cui era stato salutato non lo scompose. Un moderno inquisitore che aveva passato gli anni a combattere streghe, servitori del demonio e famigli posseduti.
Chissà dove nascondeva la spada.
- I vostri deboli applausi mi fanno capire quanto i problemi qui esposti siano percepiti con troppa leggerezza e menefreghismo. - La sua voce era dura, glaciale, penetrante. Il giudice Dredd che emana la sua sentenza di morte. Quelli che erano stati stesi dalle prediche di politici e presidentessa si risvegliarono dal torpore come se gli avessero infilato una stalattite congelata nel culo. E nessuno godeva.

- Ebbene, è ora invece che cominciate a prendere coscienza della vostra debolezza verso il peccato e verso le deviazioni più perverse a cui siete esposti dal modernismo e dal secolarismo! -
Tutti quanti si aspettavano, da un momento all'altro di essere frustati o puniti con una carezza di coltello arroventato sui genitali, senza preoccuparsi di sapere cosa cazzo significasse la parola “secolarismo”. Detta da lui, aveva un accento spaventoso, che sapeva di definitivo e perentorio. Perfino la De Giovine ebbe un tremito di terrore e si affrettò a coprire gli eventuali pertugi scoperti del suo sobrio maglione dolce-vita nero, che metteva in risalto le grosse latterie cascanti.
Anna, invece, accavallò le gambe e continuò a scrivere e ad ascoltare divertita ed incuriosita. Il tizio con l'erezione accanto a lei, invece, stava per pisciarsi addosso.

- I vostri involucri si sono svuotati! Avete mortificato tutti gli insegnamenti che i vostri genitori vi hanno dato. Li avete sradicati, per riempire voi stessi di superficialità, materialismo e voglia di successo a tutti i costi! -
Il tono della sua voce era diventato più imperioso e tonante. I genitori tentarono un timido applauso. Gli studenti erano diventati statue di sale. Anna sentì qualcosa vibrare in mezzo alle sue tette.
Il ciondolo verde.
Lo prese tra le dita. Era diventato improvvisamente tiepido e vibrava come una lavatrice a pieno carico accesa. Anna restò a fissarlo impietrita. Ora si divertiva un po' meno. Eppure non aveva paura. Era stranamente serena. Come se sapesse che prima o poi sarebbe successo. Glielo aveva sussurrato la voce, assicurandogli che non sarebbe successo nulla di grave.

- E questo è ciò che leggo nei vostri occhi! Anime spente, morte, consumate dal volere sempre di più! -
Il ciondolo brillò come la prima volta in cui Anna lo aveva raccolto: bianco e con riflessi verdi. Rispetto a come l'aveva visto nella siepe, era più fioco. Poteva essere notato solo se osservato con attenzione.
Un verme di luce s'insinuò tra le venature della pietra, attraversandole con rapidi guizzi. Quando incontrò la pelle di Anna, la luce abbandonò il cristallo e s'incuneò nella mano, penetrandola come la punta di uno spillo.
Anna sentì un violento formicolìo al braccio, come se mille uncini stessero cercando di tirargli via tutta la pelle. La sensazione si estese alla spalla, al collo, alla testa, a tutto il corpo. Rimase paralizzata e non riuscì nemmeno ad urlare. Era come se gli si fossero congelate le corde vocali.

- Quindi cominciate a guardare le vostre vite in tutta la loro miserabile lucentezza, in tutti i suoi lustrini laccati. Voi, che cercate la salvezza nella carnalità più becera ed indecente! -

Così com'era arrivata, la paralisi di Anna terminò, così come il formicolìo che l'aveva tormentata per quei pochi ma interminabili secondi.
No, non era “tormentata” la parola esatta. O almeno, poteva esserlo per i primi due secondi. Ciò che invece aveva provato per quei secondi successivi non era affatto tormento né tortura. Era lo stesso piacere che si provava nel bere un superalcolico molto forte, ma ben miscelato.
E le bastò quella piccola sorsata per capire cosa doveva effettivamente fare.

Intanto, il tono di monsignor Moroni si era fatto sempre più declamatorio. Shakespeariano, quasi. I suoi occhi cerchiati di nero brillavano di una luce di follia. Era fomentato come un ultrà appena uscito dallo stadio dopo il derby.
- ... distogliete lo sguardo dalle abbaglianti promesse di felicità che la moderna tecnologia vi sventola davanti come carote per gli asini! -
Anna sorrise ancora più sardonicamente di prima. Era consapevole ora che dentro di sè risiedeva un potere che chiedeva a gran voce di essere scatenato. Un potere che aveva sempre desiderato per smascherare chi nasconde le sue erezioni e le sue fregole dietro un muro illusorio di proclami.

Si limitò a fissare il prete ed a concentrare intensamente un pensiero fisso su di lui. Era un pensiero impronunciabile a parole, ma molto simile a qualcosa che esplodeva.
Marco iniziò ad agitarsi. Così come quelli che stavano alla fila subito dietro. Uno di loro, Alberto, V A scientifico, particolarmente recettivo, si fece scappare un sordo mugolìo. Il suo amico, notoriamente più orso, si aggrappò alle sue stesse cosce, temendo che potessero staccarsi dal suo corpo da un momento all'altro.

Il reverendo Moroni continuò indefesso il suo sermone di castigo e condanna dell'immoralità odierna nei costumi. Era un crescendo di invettive ed intensità drammatica che avrebbe risvegliato dalla tomba Vittorio Gassman, che sarebbe accorso pur di applaudirlo. A dire il vero, con quel fisico secco ed allampanato, quel volto zombiesco e livido e quelle mani ossute e nervose, sembrava davvero un negromante che stava pronunciando formule per risvegliare i morti. O uno zombie, a seconda.

Il resto della palestra era totalmente paralizzato dal terrore. La De Giovine era ammutolita, tra lo spavento e la profonda ammirazione per quell'uomo così terrificante, ma di principi così saldi. Era un po' come bagnarsi tutta davanti al cazzo duro e turgido di un lupo mannaro pronto a sbranarti, dopo avertelo schiaffato nel culo.

Anna intanto continuava a concentrarsi su di lui. Per fargli esplodere qualcosa, anche se non sapeva cosa di preciso. Doveva solo esplodere. In senso lato o ristretto, poco importava. Moroni era un palloncino da riempire per farlo scoppiare; era una zecca da far ingozzare di sangue fino a che non avrebbe fatto “pop”; era un brufolo da riempire di pus fino a quando il tappo di pelle sottile non saltava via. Quell'azione avrebbe dato una svolta decisiva alla giornata. Anche se forse significava mandare a puttane il suo compito di addetta stampa. 

Il ciondolo si illuminò debolmente un'altra volta, prima di spegnersi definitivamente.

I ragazzi attorno ad Anna la osservavano tra il famelico ed il timoroso. Se non si sfogavano in qualche modo, sarebbero andati a fuoco. Quella tizia in tailleur nero, formosa, con due tette da urlo, la bocca da ciucciata violenta e gli occhi gelidi da vedova nera stava in qualche modo mandando i loro ormoni in visibilio. Quella porno-segretaria era come il frutto di Tantalo, che nessuno osava né riusciva a raccogliere. Il frutto proibito della vera conoscenza sessuale, la vibrante promessa della scopata che quelle fighe di legno che si ritrovavano in classe non gli avrebbero mai dato.
Due di loro si alzarono con una scusa per chiudersi in bagno. Alberto si mise il giubbotto sopra le cosce e ci infilò la mano sotto, sbottonandosi i pantaloni e frullandoselo come una trebbiatrice impazzita senza più conducente.

Monsignor Moroni aumentò l'intensità del suo tremendo monologo. Il linguaggio si era fatto più apocalittico, profetico e recitativo. Nessun altro al di fuori del gruppetto di studentelli eccitati osava muovere un muscolo di fronte al torrente di sentenze da cui veniva investito. Gesticolava come un mimo sotto ecstasy, si sollevò sulla sedia e salì sul banchetto, agitando il pugno con violenza e tenendo strette delle immaginarie saette da scagliare sulla folla inerme; la bocca si inumidì di saliva schiumante; delirava di dannazione, morte, del drago tentatore pronto al risveglio, della Grande Meretrice che aveva invaso le menti dell'umanità bianca, dell'Anticristo con le fauci spalancate e della distruzione di tutti gli ebrei come la vendetta di Cristo.
La De Giovine era terrorizzata. E stupefatta. Era pronta ad inchinarsi di fronte al suo signore.

Moroni balzò su di lei come un pipistrello su un ratto.
“Il pollo è cotto” pensò Anna. Rimase calma, appuntando tutto sul bloc notes.
I politici si riebbero dal tremendo terrore che li aveva attanagliati, urlando e rovesciando i tavoli, nel tentativo di separarli.
- ED ORA IO PUNIRÒ LA GRANDE MERETRICE CON LA MIA SPADA INFUOCATA! -
Il reverendo Giuseppe Moroni strappò di dosso i vestiti alla dottoressa De Giovine, sollevò la sua veste talare ed abbassò le mutande, sfoderando la sua spada sfolgorante.
In meno di due minuti, si scatenò un putiferio degno di quello che provocherebbe un toro saltato sugli spalti dell'arena durante la corrida.

Alberto stava per avere un crampo al braccio. Aveva ancora molta fantasia e non aveva intenzione di finire troppo presto.
Gli altri si alzarono tutti in piedi, indicando stupefatti la scena, senza però intervenire. Anzi, alcuni di loro credevano che fosse tutto preparato ad arte. - Ma è fantastico! Ed io che pensavo di assistere alla solita conferenza stracciapalle! - disse entusiasta Federico, del IV B, liceo scientifico.

Dei genitori presenti, le mamme svennero (nove su dieci), così come alcune delle professoresse. Gli assessori ed i consiglieri tentavano di separare la De Giovine e Monsignor Moroni. Dal canto suo, la De Giovine era terrorizzata, ma in un certo senso felice. Suo marito era un avvocato che stava sempre fuori, soffriva di eiaculazione precoce e, probabilmente, aveva un paio d'amanti sparse per la città. Quando si ritrovò sorvolata dalla nerchia venosa del reverendo, oppose resistenza fino ad un certo punto. Desiderava ardentemente di essere violentata. 

Il prete era arrapato come un caimano etero rimasto nascosto per una settimana su un'isola di coccodrilli gay. Si era avvinghiato alla De Giovine, declamando versi del vangelo di Matteo e raccontando una sua personale versione delle nozze di Cana. I maldestri tentativi di portarlo via fallirono miseramente. Era inaspettatamente forte e gli bastavano un paio di manate per tenere tutti lontani. Bolletta però, che era il più robusto di tutti, si fece aiutare da un altro altrettanto robusto, un certo Marini (PD). Per un po' riuscirono a trattenerlo, mentre lui si reggeva alla dottoressa con le gambe serrate sui fianchi, rischiando di sfasciarle il pube. Ma poi, con una forza incredibile, sollevò in aria i due sventurati.
- Andatevene, servitori del demonio! -
Li scagliò con violenza verso la parete più vicina. I due impattarono malamente sul muro, mentre un rumore di ossa che si spezzano provenne dai loro corpi. Scivolarono in giù dalla parete, con le bocche sanguinanti. Toccarono terra privi di sensi.

La preside del liceo ticchettò freneticamente sul cellulare: - Polizia! Vi prego venite qui! Monsignor Morini è impazzito! -
Alberto nel frattempo aveva abbondantemente costruito il suo castello di fantasie. La torre più alta eruttò fuochi d'artificio per festeggiare l'impresa compiuta. Ora poteva riposare il braccio e rilassarsi. Oltre che portare il giubbotto in lavanderia, con una scusa plausibile.

In tutto questo, Anna era rimasta seduta al proprio posto, senza scomporsi ed annotando tutto sul suo bloc notes. Mastronunzio sarebbe stato contentissimo del suo lavoro.

Urla, grida e sedie che sbattevano avevano riempito ogni spazio possibile di suono. In particolare, una dolorante ma raggiante De Giovine muggiva come un'intera mandria di frisone scappate dal recinto. Il reverendo era dentro di lei e la stava montando a sangue, dopo essere finalmente riuscita a strapparle di dosso la gonna e le mutande. Tra gli studenti che erano rimasti ad assistere (la maggior parte), i maschi avevano fatto di Moroni il loro nuovo idolo, incitandolo ed incoraggiandolo ad insistere. Le femmine, più schifiltose, erano in gran parte scappate terrorizzate; altre invece, più navigate e goderecce, facevano i loro complimenti alla De Giovine per la sua incredibile resistenza, poiché si aspettavano che il prete l'avrebbe sventrata in meno di due minuti.

Gli ultimi stomaci forti tra i genitori ed i professori che avevano assistito impotenti alla scena cedettero. Alcuni si sentirono mancare e si accasciarono a terra, altri cominciarono a vomitare.
Anna continuava a prendere appunti, seduta sulla sedia a gambe accavallate. Un sorriso maligno le torceva le forme dolci del volto.

- Ed ora, verrai mondata dai tuoi peccati e dal male che risiede in te, infida tentatrice! -
Il prete si sfilò dalla sua figa arrossata e le diede la sua benedizione finale con il suo aspersore naturale. Spalancò le braccia al cielo, chiedendo a Dio di osservare l'opera del suo umile servitore e giustiziere, che aveva ancora una volta sconfitto il male incarnato in terra.

Il Signore rispose due volte, con due colpi secchi ed assordanti.
 Dal petto del reverendo Morini sgorgarono fiotti di sangue da due fori: uno sul cuore, l'altro sul polmone sinistro.

I due spari avevana fatto voltare tutti verso l'uscita di emergenza che dava sul parcheggio della scuola. Sulla soglia, in piedi, a gambe divaricate, c'erano due carabinieri con il volto deciso e le canne delle pistole fumanti, puntate verso il reverendo.
Il secondo dei carabinieri sparò un altro colpo in aria, per ottenere il silenzio - Mi sono stufato di urlare! Avete già ignorato l'ordine di fermarvi. Continuate e sparo pure a voi! Ma guarda ti a cchiss'... -

I carabinieri infatti, chiamati dalla preside della scuola, erano giunti tempestivamente sul posto, con le pistole spiegate. Quando sono arrivati, nessuno si era accorto di loro. Avevano urlato al prete di fermarsi una, due, tre volte. Ovviamente, lui non ascoltò.
Poi, credendo la vita della De Giovine in pericolo, spararono. E stavolta, il reverendo ascoltò. Tanto che s'era accasciato al suolo, con la mazza al vento, in una pozza di sangue, sul pavimento lucido della palestra.
Uno dei due telefonò immediatamente all'ospedale, chiedendo di mandare un'ambulanza, anche se sapeva che era perfettamente inutile. Monsignor Morini aveva smesso di respirare ed aveva perso molto sangue.

- Punto. - disse Anna fra sè, colpendo il bloc notes con la punta della biro.

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